CONSIDERAZIONI

A cura di Emy

L'opera fiume di Chieko Hosokawa potrebbe risultare appetibile per gli affezionati degli shoujo old style, a patto che questi dimentichino -esattamente come per Glass no Kamen- la parola "finale". Finale che potrebbe anche vedere la luce un giorno, per entrambe le opere (e ce lo auguriamo di cuore), ma che purtroppo, pur essendoci, non sarebbe sufficiente a far dimenticare la delusione derivata da un'amara constatazione: una storia partita con ottime premesse, proseguita con vivacità e interesse, appare purtroppo ormai snaturata, essendosi persa tra i meandri dell'insulsaggine, quando non del ridicolo. Non è un segreto per nessuno infatti che il capolavoro di Suzue Miuchi si sia arenato al quarantunesimo volume, cioè al penultimo volume uscito, e così purtroppo è accaduto anche all'opera di Chieko Hosokawa, la quale se pure non può essere considerata un capolavoro al pari di Glass no Kamen, è comunque un titolo di rilievo, rappresentativo degli shoujo della vecchia guardia, e che ha generato più di un epigono. Debitore di "Ouke no Monshou" è infatti "Anatolia Story", di Chie Shinohara.

Per il momento soffermiamoci sulla parte iniziale e centrale dell'opera, cioè la meglio riuscita: dal lato grafico i primi volumetti risentono dell'influsso di Tezuka e delle prime shoujo mangaka, ma risalta già da subito l'attenzione dell'autrice per gli occhi e i capelli dei personaggi. La qualità del segno non è affatto disprezzabile ed è avvertibile lo sforzo della Hosokawa di equilibrare le sue tavole per dare un'impressione di armonia tra personaggi e sfondi, questi ultimi rifiniti e molto curati, anche quando campeggiano a tutta tavola. Buona la documentazione per la storia egiziana, lo stile bidimensionale dell'autrice -tipico degli shoujo anni Settanta- si addice perfettamente al tratteggio di figure esili ed eleganti e alla raffigurazione di vesti e ambienti dell'antico Egitto. Non a caso le scene più riuscite sono quelle riguardanti il contatto di Carol con questo mondo antico: molto bella e d'effetto, nel primo volume, la testimonianza di Carol che assiste a un sacrificio umano, con Isis che estrae dal petto vivo delle vittime i cuori pulsanti. La narrazione scorre velocissima nei primi volumi -gravidi fino all'inverosimile di eventi e dialoghi- per poi rallentare equilibrandosi nei successivi. Di pari passo, intorno al volume ventesimo, il disegno muta facendosi più raffinato, le vignette diminuiscono di numero e gli eventi si dilatano: più illustrazione che fumetto, dunque. Tendenza che s'irrigidisce con gli ultimi volumi usciti, dove il bel tratto della Hosokawa è ormai un ricordo lontano, con i personaggi dai volti allungati o deformati, le anatomie imprecise e gli sfondi quasi assenti, sostituiti da grafismi confusionari che appesantiscono la tavola e rendono la narrazione sempre più statica, riducendosi la tavola a un'irritante sequela di primi piani dei personaggi.

"Ouke no Monshou" sarebbe dovuto terminare molto tempo fa, ma purtroppo così non è stato e l'autrice continua a portare avanti una storia che ormai rende arduo anche ai maniaci degli shoujo old style il seguirne le vicende. E l'impresa è ardua non tanto perché la storia sia intricata, ma perché purtroppo gli avvenimenti non fanno che ripetersi: Carol fa innamorare qualche monarca dell'antico passato, questi la rapisce e Menfis cerca di recuperarla. Spreco di fiori e lacrime da ambo le parti, i due si rincontrano solo per perdersi di nuovo, confuse marionette al centro di intrighi che cospirano goffamente per separarli. Inoltre la ripetitività degli eventi si ripercuote sugli stessi personaggi, che soffrono di quella stessa "fissità" che coinvolge anche Maya e Masumi di Glass no Kamen: sostanzialmente i personaggi non evolvono, rimangono bloccati con le loro ansie, timori, imprigionati nei loro difetti congeniti. Si aggiunga che poi, a differenza dell'opera della Miuchi, i momenti propriamente "romantici" tra i due non si sprecano e, anche quando sono presenti, risultano piuttosto freddi e artificiali... il loro amore somiglia più all'adorazione verso un'icona che a un sentimento umano. Peccato... perché la Hosokawa aveva mostrato nei primi venti-trenta volumi capacità narrative non disprezzabili, tratteggiando personaggi credibili ancorché rigidi come Menfis e Isis; il primo irruento, impulsivo, malato di potere ma anche capace di gesti generosi verso chi ama; la seconda simile al fratello nella sua ricerca del potere, crudele e spietata verso chi le si oppone ma tenera e appassionata nel suo amore verso Menfis, al punto che tra i protagonisti da questo punto di vista sembra l'unico personaggio veramente umano della storia.

In conclusione: "Ouke no Monshou" è consigliato solo ed esclusivamente a chi è innamorato perso degli shoujo della vecchia guardia, di quell'amore cieco che fa sorvolare sulla mancanza di un senso finale alla generale fruizione degli eventi narrativi, pur di potersi saziare gli occhi delle splendide illustrazioni -queste meritevoli davvero- della Hosokawa. Uno degli shoujo classici che non ci si augura vedere in Italia -e vista la lunghezza dell'opera, ciò è altamente improbabile (per fortuna).
 

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