CONSIDERAZIONI

A cura di Paul_v

clicca per ingrandire!È forse difficile stabilire quale sia il tema centrale di questa storia breve e intensa; a prima vista si direbbe la tematica dell’ambiguità sessuale; come in Versailles no bara con il magnifico personaggio di Oscar, o come in Caro fratello con Rei Asaka, la protagonista è un essere androgino, un’anima maschile che va riflettendosi e riverberandosi in un corpo ambiguamente femminile.

Anche qui, in Claudine, come, in un certo senso, in Versailles no bara, vi è un rapporto privilegiato fra un padre e una figlia, che si esprime in un conflitto più o meno sotterraneo che fa emergere a tratti un amore profondo; fra la protagonista e il padre si instaura, sin dalla nascita di Claudine, una sorta di affinità elettiva che, come vuole la sensibilità ikediana, oscilla sempre fra il polo di una felicità sperata e voluta e quello di una distruzione originata da verità scoperte e non desiderate: fra i due poli della vita e della morte, insomma.
Padre e figlia hanno gli stessi interessi, amano le stesse cose, e, come vuole alcune volte il destino, le stesse persone; nell’amore di Claudine per la raffinatissima, ma crudele, Cecilia, la protagonista, senza forse esserne consapevole, ricerca piuttosto l’amore di un padre, che Claudine dovrebbe proiettare dentro di sé e, quindi, superare.

La seconda parte di questa storia, quella che vede al centro i fratelli Lacques, quella più cupa e allucinata in cui esplodono follie e morbosità, ci porterebbe a ricondurre i motivi della insuperata ambiguità sessuale di Claudine a un conflittuale rapporto con il padre: Claudine vuole essere un ragazzo in modo da essere amato come il padre ama, o amava, il tutore di Rosemarie; una fatale coincidenza la porta a innamorarsi di una donna matura che intrattiene una relazione con il padre: quel tipo di relazione che Claudine non può offrire a Cecilia. In questa sorta di rivalità si disegnerebbe un filo di amore e morbosità fra padre e figlia, che intrappola la fragile psicologia di Claudine.
Ma non è un caso che questa parte si concluda con un tragico incendio: il fuoco spazza via quella torbida follia che investiva esclusivamente August de Montesse e i fratelli Lacques, e non certo l’anima luminosa di Claudine. Claudine, da questo punto in poi, dovrebbe essere capace di superare il suo modello comportamentale, la figura paterna, e imparare ad essere un uomo nuovo.

L’aiuto più profondo le viene dalla sensibilissima Rosemarie, a cui va tutta la mia predilezione in questa storia; Rosemarie è figura salvifica, ma che purtroppo fallisce nel suo intento; prima di qualsiasi psichiatra, Rosemarie proferisce una verità profonda sulla natura sessuale di Claudine, e, nel fare questo, sacrifica tutta la propria esistenza; la cicatrice sul volto è il segno visibile del suo sacrificio straordinario.
Claudine è, insomma, un uomo dal corpo di donna, un essere dilacerato in cui le ragioni del corpo censurano quelle ben più intense dell’anima; è proprio Cecilia a metterla di fronte al limite insormontabile della propria corporeità, contro cui i desideri dell’anima perdono la loro partita annientandosi.
Solo un’anima come quella di Rosemarie, che, non a caso, accompagna Claudine fin dall’infanzia, può davvero amare la sventurata protagonista; ma il fato vuole che tra due anime davvero così affini ci sia solo una corrispondenza unilaterale.

Nemmeno l’amore intenso e, dapprima, così privo di preconcetti, slegato da qualsiasi motivo contingente, fra Claudine e Sirene, resiste alla potenza del corpo; il corpo prescelto a distruggere il terzo, e ultimo, amore di Claudine sarà quello del fratello Andrew, a testimoniare le enigmatiche, spesso crudelissime, ragioni del fato.
Forse il destino ha voluto mettere ancora alla prova il cuore della protagonista, la sua straordinaria capacità di amare; ma questa volta Claudine prende la decisione ultima di non soffrire più, prendendosi una irrimediabile rivincita contro il corpo: attraverso il suicidio uccide il suo corpo, e solo questo; la sua anima, invece, e i suoi occhi castani dalle sfumature rossastre, diventano finalmente quelli di un uomo: quelli della Claudine che, al calore del camino, aveva baciato la piccola Maura.

Ecco che il motivo centrale dell’intera storia diventa soprattutto l’amore, e, come sempre nella Ikeda, quell’amore spirituale e purissimo che trascende qualsiasi ragione contingente per riallacciarsi alle fondamenta dell’esistente.
Il filo, di cui Claudine ha in mano un capo, non è quello che la lega a un padre che, in fondo, non aveva niente dell’animo maschile, o meglio, profondamente umano, della figlia; né la morte di Claudine significa, come si potrebbe pensare, la vittoria del corpo e dei suoi desideri urlanti sulle impercettibili voci dell’anima; il filo di Claudine è quello che l’ha condotta a una verità di fronte alla quale non c’è, come il suo medico ha ben compreso, seduta psichiatrica che tenga.

Magistralmente disegnato, tanto che ogni sua tavola sembra un piccolo quadro, questa breve e bellissima storia attende solo una sua pubblicazione in Italia.

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